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Una coperta elettrica. Appunti sconclusionati sui DISTANTI

Quando piove da giorni ininterrottamente c’è un momento in cui smetti di considerare la pioggia un’eventualità e la trasferisci nell’insieme delle costanti. Di solito quando succede vuol dire che butta male e che piove da abbastanza perché sia diventata un’abitudine, tanto da dimenticarti che il meteo per te ha previsto anche altre cose più piacevoli. Uscendo di casa la sera, mentre mi tiravo in testa il cappuccio e il vento rispondeva sparandomi in faccia le gocce di pioggia, mi risvegliavo dall’abitudine: c’era stato altro oltre la pioggia; ci sarebbe stato dell’altro oltre la pioggia; prima o poi sarebbe finito tutto. Questi momenti in cui ti rendi conto che l’eterno è in realtà un transitorio che semplicemente ti ha preso per sfinimento, sono solitamente i momenti in cui ti viene una grande idea. A me uscendo di casa e andando verso la macchina non ne è venuta nessuna.

Quasi due anni fa, o forse più di due anni fa, sono andato al Bronson. Era la mia prima volta, e finora l’ultima. La serata sembrava costruita apposta per celebrare forse uno dei momenti più entusiasmanti e controversi della scena italiana contemporanea. So che Scena è una parola abbastanza oald e che tutti si vergognano a usarla ormai, ma io ci sono ancora affezionato e comunque non ho ancora trovato un vocabolo che la sostituisca degnamente. Suonavano i Raein, i Gazebo Penguins, e quell’oggetto X che erano i Distanti.
Il Bronson per la gente che su internet conta è circa una seconda casa, il baretto all’angolo. No ecco sbagliato. Voi dovete entrare nell’ottica che vivevo in quella serata, che ricordo con una precisione quasi corporea, come se a una serata si potesse dare un nome, una faccia, una voce, e non dimenticarla mai più. Per me quella serata al Bronson era la classica serata di fuga, quella boccata d’aria che prendi dalla tua città e la tua routine, per andare a vedere un concerto senza avere attorno facce note, le solite facce dei live nella tua città. Se non capite questo, forse non potete rendervi conto di quanto per me la performance dei Distanti sia stata devastante, sia inaspettatamente coincisa proprio con quello che chiedevo senza nemmeno esserne consapevole. E a parte questo, l’essenza, non ricordo niente, nessun dettaglio, neppure una faccia del gruppo. Le movenze sfacciatamente curtisiane del cantante mi infastidirono molto meno del dovuto. Il DJ (si può chiamare DJ chi mette i pezzi nel cambio palco?) mise Wide Awake dei Crash of Rhinos mentre uscivamo a fumare e io saltai in piedi come un bambino Ehi ma che figata questi sono i Crash of Rhinos e uno della mia crew E allora, mona? lesto nel ricordarmi che bambini non siamo e che quello era il periodo più difficile della mia esistenza felice che mi obbligava a cercare ossigeno nel ravennate e che non si prospettava un cazzo di buono nei mesi successivi come infatti fu.

Distanti+2

Mamba Nero è l’unica cosa che ho ascoltato dei Distanti. L’ho ascoltato, dopo quella sera, centellinandolo, in densità sempre maggiore. È un disco breve e lacerante, finisce prima che tu te ne accorga, o meglio, quando sfuma Foglie di Fico e finisce il disco, ti accorgi che per tutti quei minuti stavi soffrendo.

In questi giorni ho smesso di fare la tangenziale. Da casa mia abbastanza presto puoi imboccare una tangenziale che porta circa dovunque tu voglia andare a Padova, è una sorta di ascensore orizzontale, esci al piano che vuoi a seconda di quanto alto/lontano sei diretto. L’ho percorsa tutti i giorni per anni, ci ho scattato un sacco di foto al volante perché col cielo particolarmente terso si vedono le montagne o dei tramonti tutti uguali che molto banalmente mozzano il fiato. La primavera e l’estate che seguirono a quel concerto al Bronson mi sono trovato spesso, in splendide giornate di sole, a percorrere quel tratto di tangenziale coi finestrini abbassati che significava “prenditi qualche ora di pausa dalla fine della tua infanzia felice, quella del succede agli altri ma non può succedere a me, della base solida, della sicurezza e degli esempi, del troppo bello per essere vero. Nelle parole dei Distanti cercavo senza successo una consolazione alla fine dolorosa del matrimonio dei miei genitori senza trovarcela, anzi sprofondando in un correlativo oggettivo che un tempo sapevo riconoscere per deformazione professionale e che ora invece mi sfuggiva, come la coperta elettrica, preludio a non andare a fare nulla di che nella vita, e il battere la lingua sul tamburo, e non farsene più niente dell’Europa. Cosa mi sfuggiva del messaggio dei Distanti, e perché questo messaggio mi arrivava comunque? Come poteva un corto circuito del senso produrne un altro proprio mentre il senso più grande della mia vita mi crollava sotto i piedi obbligandomi a cercare stabilità su quattro pneumatici e una tangenziale tutta uguale che preferivo alle colorate e lente strade di quartiere? Non l’ho mai capito, neanche l’altro giorno quando sarebbe stato lecito aspettarmi un’idea geniale che non è venuta e invece ho pensato solo Ehi, sta piovendo! e allora ho rimesso su Mamba Nero, e sono stato male come prima. Come quando c’era il sole, come quando in casa mia c’era dolore, e adesso c’è silenzio, ma prima del dolore non c’era il silenzio. Ogni equilibrio è diverso dal precedente. Wide Awake ancora mi emoziona, e ancora mi fa timore di essere zittito. La paura di non andare a fare nulla di che nella vita è grande, sempre più grande man mano che i giorni passano, man mano che i concerti li diserto. È magra consolazione sapere che, se non avessi paura, sarei dentro a questa merda fino al collo, e la voce dei Distanti sarebbe ancora solo un timbro fastidioso.

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