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Marco Macchini

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The Monitor

Prova a pensarci, non dovrebbero essere poi troppe, giusto una manciata. O almeno me lo auguro. Se fai fatica, cerca di ricordare le volte in cui ti sei sentito dire –dobbiamo parlare, è importante- o qualche altra frase precotta simile. Pensa a tutte le

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La Lezione Di Arturo

Ricordo ancora quando in un’interrogazione a scuola presi 3. Avrebbe dovuto essere

After Life

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Capelli viola

Il punkrock mi ha salvato la vita o me l'ha rovinata? Cosa

L’importante è non dimenticare

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Sono sempre più convinto che la caratteristica più distintiva della mia famiglia sia la mancanza di memoria. Intesa proprio come innata abilità di dimenticare qualsiasi cosa.
Nomi di persone, film, dischi, libri. Tasse, appuntamenti, visite mediche, compleanni e ogni ricorrenza più o meno importante. Non facciamo grosse distinzioni di genere, ci dimentichiamo tutto tranne ciò che ci ha fatto piangere. Non ne andiamo fieri, per carità, ma tutto sommato credo che un po’ ci piaccia. In qualche modo dona un tocco di colore, ci stacca per qualche secondo dalla nostra odiosa e noiosa ordinarietà.
In questa abilità al contrario esiste una categoria nella quale eccelliamo, ossia la toponomastica. Non riesco a contare le volte in cui abbiamo dimenticato qualche indirizzo, il nome di un paese o la posizione di bar e negozi. Questo, se sommato alla nostra già scarsa capacità di orientamento e all’immancabile necessità di aver sempre e comunque ragione, rappresenta la causa scatenante delle liti più furiose alle quali abbia potuto assistere o partecipare in prima persona. Ignoro in cosa possa consistere una litigata standard dovuta a soldi o comportamenti immorali, ma con tutta probabilità sarà molto meno divertente di quella dove nessuno ricordava la precisa ubicazione del bar dove il caffè corretto era, a detta di mio padre, una vera schioppettata.
A più riprese durante la zuffa del caffè ho seriamente pensato che qualcuno si sarebbe scannato, mentre in altre occasioni ho creduto che i miei genitori, nella migliore delle ipotesi, avrebbero finito col divorziare e già mi vedevo frazionare i week-end in attività programmate. Fortunatamente, considerato il fattore scatenante, la ferocia delle liti è inversamente proporzionale alla loro effettiva importanza. Prima di poter causare danni concreti le questioni si sono sempre spente con imbarazzante facilità, archiviate e mai più riportate in superficie. Se non quando, di rado, è capitato di imbattersi nel luogo protagonista di qualche baruffa. Un paio di prese in giro, una manciata di complimenti sardonici e la definitiva pietra tombale sulla questione.

Vivo i blackout mnemonici come una sorta di campo d’allenamento in vista della mia possibile, anche se in fondo poco probabile, vecchiaia. Già adesso devo ammettere di non passarmela benissimo. Spesso durante una conversazione mi mancano le parole. Si nascondono sott’acqua, per spuntare fuori solo quando manca loro l’aria, quando ormai non ne ho più bisogno. Devo chiedere agli amici chi cantava I’m Too Sexy e come si chiamava quel terzino spagnolo del Padova che arrivava al campo in Lamborghini.
Settimane fa mi sono un po’ perso dietro al ricordo di dove avrei potuto sentire una storiella interessante, sorprendendomi allo stesso tempo per essere riuscito a non dimenticarne il contenuto.
Pare che durante un’esperienza particolarmente traumatica, un momento dove si è portati a pensare che la propria esistenza stia per concludersi, si finisca col visualizzare le (poche?) persone che in vita ti hanno realmente amato attraverso ricordi che inevitabilmente ci legano a loro. Una storiella senz’altro carina che però nasconde una certa crudeltà, apparsa evidente non appena ho deciso di piazzarmici al centro, autoproclamandomi protagonista.
Personalmente sono riuscito a pensare esclusivamente ai miei genitori, diretta proiezione della mia più grande ossessione, ossia la dinamica del nostro rapporto. Ossessione ormai tramutatasi in un’estenuante analisi di come le mie mancanze abbiano influenzato negativamente la loro vita e la loro considerazione di sé. Sono certo che i miei la notte dormano sonni tutt’altro che tranquilli. Inoltre, giusto per fare un esempio, non posso non chiedermi come mai potranno vivere il confronto, inevitabile e impietoso, con i figli dei loro amici. Persone che hanno visto crescere all’interno del mio stesso segmento temporale ma che, a differenza mia, possono contare su un soddisfacente numero di decisioni azzeccate e di obiettivi raggiunti. Immagino i miei genitori durante la loro passeggiata in centro del sabato mattina, stretti nei loro cappotti presi in saldo, costretti ad una conversazione che preferirebbero non fare con amici che avrebbero preferito non incontrare. Me li vedo messi all’angolo fin da subito, impallinati dai successi dei miei omologhi, mentre mia madre, nel disperato tentativo di scansare qualche montante, cerca di deviare la conversazione sulla musica, come se l’aver sperperato tempo e soldi per registrare un paio di dischi assolutamente mediocri potesse mettermi sotto una miglior luce. A questo punto, fantastico su quanto sarebbe bello vederli abbracciare quel mix di rabbia, frustrazione e disperazione tipico di quando si è in coda alle poste, li visualizzo mentre rispondono a tono ad eventuali domande antipatiche. Come sta Marco? Marco sta di merda perché neanche troppo in fondo è una merda. Non sappiamo se sia più pigro o cagasotto, però sappiamo che vorremmo prenderlo a schiaffi fino a farci cadere le dita. Adesso perdonateci ma il pensiero di nostro figlio ci ha fatto venire una gran voglia di caffè corretto. Se solo ricordassimo dove diavolo si trova un certo bar.
Per quanto mi sia difficile capirlo, sono in ballo sentimenti che scollinano il mero legame di sangue, una sfuriata simile non avrà mai alcuna possibilità di vedere la luce perché certi pensieri i miei genitori non sono nemmeno in grado di concepirli. Però sarebbe un’ottima maniera per donare dignità non solo a loro, ma anche alla mia torbida figura. E spiace aver dovuto constatare che la storiella di prima non ha nulla da condividere con la realtà, perché quando ho rischiato di lasciarci le penne avrei apprezzato molto quell’utopica sfuriata come visione premorte. Avrebbe dato un senso a un’esperienza che non mi ha lasciato nulla se non il gusto amaro del dubbio. Il dubbio che forse sarebbe stato meglio schiattare, chiuderla lì. Ecco, meglio magari no. Sarebbe stato più facile. Più facile un po’ per tutti.

È bizzarro. Bizzarro perché più cerco di tenermi aggiornato, di restare al passo con i tempi, più mi accorgo di poter vivere benissimo eliminando dai miei ascolti ogni singola band che abbia cominciato a sfornare dischi dopo il 2005. When I Die, Will I Get Better? rappresenta il guizzo di una new wave che ho tentato di esplorare nel disperato tentativo di rigettare il mio status di indolente musicale. E con un titolo del genere, va da sé, le mie aspettative erano enormi. Ero pressoché sicuro di trovare spunti interessanti, diversi e stimolanti punti di vista sulla concezione di Fine. Purtroppo ogni mia speranza si è schiantata contro una manciata di testi banali, frasi fatte e concetti, per quanto condivisibili, mai sviluppati a dovere. Peccato, perché quello degli Svalbard per me resta un gran bel disco. Così come lo è Skeleton Coast, l’ennesimo di una band per la quale credo di aver terminato gli aggettivi. Il disco che realmente, un po’ a sorpresa, è riuscito a fornirmi una chiave di lettura diversa e a tratti stimolante di determinati pensieri oscuri.
Parlare dei Lawrence Arms probabilmente non rappresenta una grande idea, il rischio di farsi male è oltremodo alto. Nella mia testa con i Larry ho creato questo rapporto, tanto affettuoso quanto artefatto, di stima e amicizia. È una relazione ovviamente unidirezionale, chiaramente patetica, che però ho sempre vissuto al massimo. Tanto che se qualcuno di loro dovesse mai avere un’esperienza premorte, molto probabilmente vedrebbe la mia faccia da primate che li manda affanculo per aver tagliato dalla scaletta The Ramblin’ Boys Of Pleasure. A questo si aggiunge il fatto che The Greatest Story Ever Told rappresenta per me il massimo termine di paragone per qualsiasi disco anche solo timidamente avvicinabile al genere. Spesso si è rivelato una presenza scomoda, a tratti ingombrante, che ha fracassato parecchie ossa e che, paradossalmente, ha reso più difficile l’ascolto e l’apprezzamento di tutti gli altri album dei Larry. Oh! Calcutta!, che molti considerano nettamente superiore, ha sempre subito da parte mia una sorta di ostruzione, un immateriale impedimento necessario per incatenarlo a un posto in seconda fila. Per arrivare ad amare Metropole ci ho impiegato anni, dopo averlo considerato mediocre e insoddisfacente per troppo tempo.
The Greatest Story Ever Told è una sorta di leviatano musicale, che ha però il grande merito di avermi spinto ad approcciare i Lawrence Arms con più attenzione e più domande, permettendomi di andare oltre le solite canzoni eccellenti e il rincorrersi delle voci di Brendan e Chris.
Skeleton Coast è uno splendido racconto, sviluppato attraverso le solite abbondanti dosi di ironia, malinconia e disillusione, di come la vita sia una continua e infruttifera ricerca di tutto ciò che ci manca e che riteniamo in qualche modo indispensabile.
Decidere come affrontare tale situazione sta poi a noi. Io mi sono da tempo arreso alla convinzione che l’unica strada percorribile sia quella di abbracciare questa verità, accettare con rassegnazione che a causa di tutti i miei limiti non sarò mai in grado di ottenere quello di cui avrei bisogno. Mi piacerebbe fosse possibile trovare un metodo per convivere serenamente con questa consapevolezza, per tentare più o meno maldestramente di non darle troppo peso.
Non sono stato capace di vivere una vita neanche lontanamente degna dei miei genitori e sono sicuro non esista un espediente per rendere la realtà meno pesante. L’unica cortesia che posso rivolgere loro è cercare di nascondere al meglio tutto il dispiacere che provo per essere rimasto così indietro, per non essermi rivelato all’altezza.

Il mese scorso ho accompagnato mia madre dal dottore, appuntamento che senza il premuroso SMS dell’azienda ospedaliera avremmo sicuramente dimenticato.
Durante il tragitto ho distrattamente lasciato che Skeleton Coast suonasse nell’autoradio, quando per evitare ogni tipo di discussione mi sarebbe bastato mettere un qualsiasi disco di Bruce Springsteen. Non mi dispiace quello che canta bene (Chris), ma non capisco come tu possa ascoltare quell’altro che gracchia come un corvo (Brendan). E comunque, ha aggiunto quasi sentendosi in obbligo, preferisco di gran lunga i dischi dove suoni tu.
Ho pensato avesse perfettamente ragione. O, perlomeno, in quel preciso istante non esisteva alcun motivo per darle torto.

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