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Marco Vezzaro

2020 diviso quattro

Poteva essere un anno senza musica, è stato un anno senza scuse

Panc nella testa

I Title Fight riconciliano uno sbandato per la musica difficile e pallosa

Resa dei conti col gruppo della mia vita

Gran parte delle mie sfortune come appassionato di musica, come musicista e come persona deriva dal fatto di aver avuto la mia Bildung con la band sbagliata. È una cosa che non puoi controllare, quando hai 15 anni bisognerebbe che tutti avessimo un amico di 3 o 4 anni più grande, un fratello musicofilo, un cugino attento alla tua formazione che ti tengano lontani dai pomeriggi seduti sulle selle del motorino in gelateria e ti portino piuttosto in un negozio di dischi a scegliere quello che ti piace di più, stando però attenti ad avere quantomeno sempre l’ultima parola se si finisce su qualcosa che per un 15enne non va bene, che ne so, i Simply Red, che poi non vanno bene per nessuno forse. Io queste cose non ce le ho avute. Gli amici più grandi di me mi snobbavano. Mio fratello più grande passava i pomeriggi sulla sella del motorino in gelateria, ascoltava i Green Day ecco, ma senza approfondire. Cugini più grandi di me non ne ho.

In breve ho dovuto fare tutto da solo, e a complicare le cose è arrivato internet proprio quando cominciavano a spuntarmi dei peli (pochi) e dei brufoli (non esagerati).

Insomma, The Art of Drowning, l’ho detto mille volte ma perdonatemi, è giusto che lo ripeta al lettore ogni volta che parlo degli AFI per una questione di onestà intellettuale e di trasparenza, è il disco della mia vita. Quello che per mio padre è stato Led Zeppelin II, per alcuni miei amici è stato Punk in Drublic, per gente più affermata di me è stato Automatic For The People, The Bends, Vitalogy, Revolver per qualche inguaribile stronzo dall’animo vintage prima che fosse cool, Spiderland per chi ne sa, The Shape of Punk to Come per chi di musica pesa vive tuttora, e se vado avanti finisco col fare la classica lista dei 100 dischi più influenti del secolo che ne pubblicano una ogni anno e ce ne mettono sempre tre o quattro degli U2 così, giusto per ricordarli. Son paragoni pesanti, ma a conti fatti, se ripercorro la mia (sic) sensibilità artistica, il discernere il bello dal brutto, gli AFI sono l’origine di tutto, il fattore discriminante, il vademecum e anche il testo sacro, con fragilità interpretativa annessa.

Vera e propria ossessione per almeno tre anni in cui non ho ascoltato altro, se non cose che mi davano come dichiaratamente simili, gruppi tipo i Thought Riot, i Pipedown, i Pitch Black; tre anni in cui persino i Misfits mi sono sembrati robetta. Tre anni in cui pensavo che mai nessuno più avrebbe prodotto qualcosa di più perfetto della tripletta Black Sails in the Sunset (LP, 1999), All Hallows (EP, 1999) e The Art of Drowning (LP, 2000), con una prolificità che realizzo solo ora mettendola nero su schermo. Per certi versi è una credenza che dura ancora oggi, seppure per un fatto nostalgico.

afi-black-sails-on-the-sunsetAFI_-_All_Hallow's_EP_coverThe_Art_Of_Drowning

Quel periodo, il periodo in cui trovai la mia strada musicalmente, fu anche l’apice degli AFI, il punto dal quale cominciarono quella cosa che in genere dentro al gruppo si chiama evoluzione, nei forum del punk si chiama vendersi, e per i fan feriti ma innamorati si chiama declino. Di declino parlo senza vergogna e con convinzione, perché agli AFI ho sempre riconosciuto onestà. Voglio dire, ascoltando i loro dischi, tutti, ho sempre la netta sensazione che stiano facendo ciò che vogliono, senza curarsi troppo di ciò che succede fuori. Così Crash Love (2009) era un disco smaccatamente pop-rock in cui era possibile trovare una certa classe, e il look della ritrovata mascolinità di Davey Havok sembrava calzare a pennello con canzoni eleganti come Beautiful Thieves.  Mi sorprendo ancora oggi ascoltando gli esordi hardcore da east bay area di Answer That and stay fashionable (1995) e gli ultimi lavori, costretto a riconoscere che si tratta della stessa band, che ha seguito un percorso evolutivo dai tratti trasparenti e scientifici, su cui si potrebbe condurre una tesi di laurea.

Per un po’ ho pensato anche di barare, di partecipare al bando del “racconta il tuo primo concerto” di bastonate millantando che la mia prima esperienza fosse stata all’Independent Days 2003 dove andai per vedere gli AFI alle 5 del pomeriggio (e anche i Rancid e i Lagwagon certo, ma non sarebbe stato lo stesso, e poi i Rancid suonarono un’ora davanti a un pubblico che aveva appena sputato addosso ai Cramps). La verità è quell’Independent Days fu almeno il mio quarto concerto, e il mio primo fu Piero Pelù solista che faceva pezzi dei Litfiba. Eppure di ingenuità ne commisi molte, su tutte quello che all’epoca si chiamava “tenuta da concerto” con una prolissità tipico-italiana, che i francesi chiamano mise e che oggi più o meno tutti chiamano outfit: vale a dire, maglietta degli AFI (che sfigato), pantaloni camouflage sintetici versione militare-in-siberia, scarpe da skater e devilock. Per fortuna lasciai a casa il pearcing finto comprato su Carnaby Street (non a Carnaby Street) altrimenti sarei qui a raccontare un’altra sconfitta.

Sconfitta non fu, in effetti: riuscii a vedermi quella che era qualcosa di più della mia band preferita dalla prima fila all’arena parco nord. Non male per un novellino del cazzo, anche se la verità è che più cresci meno te ne sbatte della prima fila, anche se la seconda volta che andai a vederli, al Rolling Stone a Milano, un posto dove una birra piccola costa 5 euro, arrivai fino alla seconda fila, ma non riuscii a farmi spazio fra due ciccione incollate che facevano foto con le loro reflex del cazzo.

afiindependent

Dicevo dell’Independent. Era il tour di Sing The Sorrow (2003), unanimemente riconosciuto come il miglior disco della band, e credo che se nel mio caso non ci fosse in mezzo molto di più di una valutazione musicale ma anche la mia vita stessa, pagine e pagine di diari e libri scolastici riempite di testi a cazzo degli AFI che mi canticchiavo in testa quando non avevo voglia di ascoltare le lezioni, pomeriggi passati sul forum di afireinside.net e altre cose imbarazzanti che potete immaginare, ecco se non fosse così mi toccherebbe essere d’accordo. Sing The Sorrow lo scaricai a pezzetti qua e là dove al tempo si scaricavano gli mp3 a 128, circa un mese prima dell’uscita. La prima versione che trovai di Girl’s Not Grey era una registrazione con il dj di KROQ che annunciava con un accento zarrissimo here’s the afi song Girl’s not grey on KROQ. Era tipo gennaio, febbraio 2003? Il disco era previsto per il dieci marzo, il giorno in cui mi fiondai a comprarlo da Ricordi, sorpreso di trovarlo. Sapevo che trovarlo lì significava che presto la mia band preferita sarebbe diventata la band preferita di qualche altro italiano. Su ragepunk tutti davano Death Of Seasons come canzone dell’anno. Io, di mio, ho passato più di qualche notte prima di addormentarmi ad immaginarmi su un palco ad aizzare la folla che canta in coro Miseria Cantare. Miseria Cantare è l’intro di un disco più gasante della storia. Ho divertito più di qualche amico cantandone una versione di sole bestemmie; so che non fa ridere, ma molte persone, anche molto credenti, trovano divertente che io bestemmi. Non so dirvi perché.

Sing the Sorrow, a posteriori, è stato anche l’ultimo disco degli AFI che io ritenga alla loro altezza. Va detto che di mio ho settato la loro altezza molto in alto. Decemberunderground è un disco con tanti pezzi clamorosi e tante schifezze inenarrabili. Di Crash Love ho già detto, ha un’onestà di fondo pazzesca che te lo fa sembrare addirittura un ottimo disco, nonostante ci sia una canzone che ricorda tantissimo Candyman di Cristina Aguilera. Lo ascolterete e mi darete del cretino. Ma vale per qualsiasi disco della loro discografia, ve lo ripeto. Gli AFI per la storia della musica non sono niente di che perché tutto quello che potevano essere per qualcuno ce lo siamo presi io e qualche altra persona con cui non ho nient’altro da condividere, tipo tizie ciccione americane che disegnano cuori e darkettoni che si vestono di velluto e altre cazzate del genere ma in realtà amano troppo la vita per ascoltarsi i Sister of mercy.

Non mi aspetto più niente dagli AFI, da quasi dieci anni ormai. Ma ho l’obbligo morale di ascoltare un loro nuovo disco, quando lo fanno. E così, appena mi è capitato un link per Burials, l’ho tirato giù e l’ho lasciato lì a fermentare nella barra sotto di Chrome, il file aveva un nome minaccioso per la mia coscienza: AFI.zip

Non ho potuto ignorarlo troppo a lungo.

Il disco è una schifezza ragazzi. È l’ennesimo disco non buono della band, ma il primo veramente brutto. Oscuro, cupo e crepuscolare come ai bei tempi, ma attestato su un rock/glam con sfumature elettroniche che non sono mai state il loro forte, e che andavano bene come una tantum (questo pezzo in chiusura di Decemberunderground). Ho trovato due pezzi belli, che li trovano in grande forma. Ci sono i tempi sostenuti, i cori singalong che mi hanno fatto perdutamente innamorare di loro, perché la loro coralità ha sempre vinto ogni mia resistenza. Sono la traccia 5 17 Crimes e la traccia 11 Greater Than 84. Il resto è desolante. Stavolta invece che Cristina Aguilera, c’è una canzone, l’ultima, che ha la stessa linea vocale dell’intro di The Summer is Crazy di Alexia.

Non che mi aspettassi nulla di diverso. Però è la prima volta che prendo atto del fatto che il gruppo più importante della mia vita non fa più musica che mi piaccia, e in un certo senso c’è stato un tempo in cui ho pensato che li avrei accompagnati per la loro intera carriera, e che loro avrebbero accompagnato me per la mia, ancora non so in che cosa, ma una carriera dovrò avercela pure io un giorno. Mi aggrappo perciò a quei due pezzi in cui si sente ancora del punk. Lo so che è un discorso del cazzo, ma c’è poco da fare. Quando gli AFI si ricordano del loro passato punk-hc sfornano cose splendide. Ne sono ancora capaci, a me toccano ancora. È per questo motivo che questo disco è una merda. Perché poteva non esserlo, se solo gli AFI fossero un gruppo meno onesto, se dessero un po’ più ascolto ai fan, se facessero un po’ anche quello che vogliono gli altri invece che quello che vogliono loro.

Mi fermo qui, ma ho ancora un sacco di cose da dire sugli AFI che non interessano a nessuno fuori che a me stesso, e che dirò forse in altri pezzi dopo aver elaborato e digerito questo. Grazie per non avermi compatito troppo ed essere arrivati fino in fondo.

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