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Marco fears Mogwai

Ho un problema di natura sociale con le persone che fra i loro passatempi indicano la Musica, come se fosse una passeggiata al parco, un pacchetto di patatine davanti a un programma idiota alla TV o qualsiasi altra forma di SVAGO PURO, e per PURO intendo quello che non richiede alcuna forma di manualità o di pensiero; per esempio, non è svago puro costruire barchette di legno, in quanto si tratta di un passatempo, e quindi di uno svago, che facilmente può diventare una forma di stress come e peggio di quello derivato dalle attività che DOBBIAMO svolgere per portare a casa la pagnotta (scusatemi per questa espressione giornalistica); almeno lo immagino, in quanto, non vogliatemene, ma non ho mai costruito barchette di legno, però lo penso molto simile a giocare a FIFA: certe volte ti senti il capo assoluto, certe altre, quando il computer decide che non puoi segnare e tu puntualmente non segni, spegni la consolle più incazzato di prima ed è già ora di rimetterti a fare quello da cui ti stavi prendendo una pausa. Lo so. Abbracciamoci forte.

I Mogwai? Ci arrivo.

GARIBALDI1

Dicevo, ho distinto delle forme di svago facendo sicuramente una gran confusione ma immagino che il concetto che tira acqua al mio mulino (espressione giornalistico/popolare, scendiamo di livello) sia uscito allo scoperto abbastanza chiaro. Lo svago puro non è musica: e avrei potuto dire “la musica non è svago puro” ma 1) non vuol dire la stessa cosa anche se delle proprietà aritmetiche vi ricordate soltanto la commutativa e 2) la prima frase suona molto meno pretenziosa della seconda e io non ci voglio fare la figura del Pino Scotto.

Detto ciò, io ho sempre ascoltato musica piuttosto difficile, certo proporzionandola alla mia età, al mio bagaglio culturale e alle mie capacità interpretative dimodoché crescendo le une crescesse anche il livello di difficoltà della musica; assunto fondamentale di questa teoria è che la difficoltà nella musica dei 15 anni circa sia più o meno identificabile con il GAIN presente in essa, e piano piano con l’avanzare degli anni e della cultura il concetto di complessità si travasi progressivamente dal GAIN alla STRUTTURA della musica. In tutto ciò di mezzo ci vanno le melodie che svolgono un percorso autonomo; spesso io la melodia l’ho trascurata o giudicata lasciva tentatrice, e in ciò mi sono spesso confrontato con un mio amico che credo proprio stia leggendo queste parole e sicuramente si riconoscerà, poiché lui invece della melodia ha sempre fatto un credo senza mai tradirlo, non comprendendo certe mie scelte, ma di certo fregandosene più di quanto io non vi stia dando importanza. Voglio dirgli, con la presente, che non gliene voglio, che per certi versi lo invidio, e però dalla mia ho il fatto che una struttura è studiabile e scientificamente dimostrabile, la melodia no, la giudica il gusto, e non ce n’è uno sovrano.

Piccola postilla: non ho fatto della complessità il mio unico credo. Diciamo che mi predispone molto bene all’ascolto. Ma amo molto anche cose più dirette, più semplici, più ingenue talvolta. Talaltra veramente veramente stupide, quasi da vergognarsene.

I Mogwai? Ci sto arrivando, calma.

Melody+Fall

Ascoltare musica mi dà una soddisfazione intellettuale, come risolvere un enigma o sopportare un ragionamento complesso, ecco, per me la musica è un ragionamento complesso, e il più complesso dei ragionamenti in ambito rock che prevedano anche una componente estetica che si somma a quella matematica è il post-rock, e credo mi piaccia così tanto proprio per questo. Ho usato il verbo “sopportare” e non me ne vergogno, io a volte SOPPORTO la musica, ed è proprio sopportandola che ho portato alla luce gemme straordinarie nascoste in canzoni ricoperte di pece sonora o in dischi elefantiaci disseminati di sabbie mobili. Ve lo posso assicurare, potete non credermi, ma a volte il candore pop costruito ad arte di una canzone dei Death Cab For Cutie può dare la stessa identica soddisfazione di una costruzione, chessò, dei This Will Destroy You; poi certo, il discrimine è la melodia. Portarla a galla in un disco post-rock, ammetterete, è più difficile.

Ed eccomi, finalmente, ai Mogwai. I Mogwai, per come la vedo io, hanno fondato il post-rock come lo conosciamo e adesso suonano un’altra cosa; sono scappati via, da bravi capiscuola, sono diventati immortali e quindi in un certo senso sono allo stesso tempo morti, se ne sono accorti, e hanno cominciato a parodiare sé stessi, come in una specie di Apokolokyntosis autoinflitta.

È successo circa 10 anni fa, all’altezza di Happy Songs for Happy People, beffardo già dal titolo. Struttura, per esempio, al di là dell’arrangiamento, è usare bene le parole in un genere che di parole ne spende poche: giusto per i titoli. Non so voi, ma io il giorno in cui mi sono accorto di saper leggere l’ironia, quindi di saper distinguere due mani differenti di pittura sullo stesso brano (testuale o musicale che sia), mi sono sentito un po’ più fico. Quando ho capito di saper usare l’ironia a mio vantaggio a fini persuasivi ho capito che in fondo potevo tranquillamente avere qualche centimetro di cazzo in meno ma sarei arrivato comunque lontano. Quando ho capito che enormi suggestioni può generare l’ironia combinata al gioco citazionale ho ringraziato il cielo, o probabilmente Apollo, di non aver fatto Ingegneria e rinuncio volentieri a capire la termodinamica per qualche figura retorica in più. Mi piace pensare, per esempio, che i Mogwai abbiano scritto una canzone come Remurdered per farsi beffe dell’ondata post-punk new wave synth electro cazzi e al contempo dichiararla morta e fallita. La canzone in questione è una nenia insopportabile che termina con un giro ipnotico di sintetizzatori dal sapore quasi prog; che se si intende come seriosa si palesa come nient’altro che una canzone di merda, ma se la si rilegge in chiave ironica, come secondo me suggerisce il titolo, c’è di nuovo da togliersi il cappello. E quindi si innesca quel meccanismo perverso per cui la melodia della canzone non mi piace e non può piacermi, ma la canzone me la ascolto perché la apprezzo come concept.

Ma vediamo di arrivare al punto dopo queste pippe interpretative. Sebbene questa seconda fase dei Mogwai io la preferisca alla prima, e ami della loro carriera pezzi come I Know You Are But What Am I?, Folk Death 95 e Death Rays (struttura è il meraviglioso pattern di basso sotto a Death Rays, forse il basso più bello che abbia mai sentito in una canzone), questo Rave Tapes rimane un disco medio e poco di più. Perché la qualità appunto non è mai bassa, ma media, e il loro sembra un tentativo di scendere di livello per parodiarsi, divertirsi, e tutto sommato riscattarsi ed esplorare i propri limiti dopo che il pubblico consacrandoli a leggenda li ha praticamente dichiarati morti. Ma la verità è che la vera morte sarebbe sia fare un secondo Young Team, che un secondo Mr. Beast, e allora a chi ha già scritto talmente tanta bellezza non rimane che sfidare il pubblico, scrivendo un disco medio e piazzandoci in posizione terzultima, penultima e ultima tre perle assolute, una tripletta che non si vedeva da tempo. Blues Hour, la cosa più simile a una ballata indie mai scritta dalla band scozzese, No medicine for regret che riesce a far convivere e incastonare l’uno nell’altro un fastidioso trillo con un pianoforte maestoso, e The Lord is Out of control, la marcia funebre finale che sarebbe una chiusura di carriera straordinaria, paragonabile forse all’ultimo gesto atletico di Zidane, la testata a quel pezzo di merda di Materazzi che l’ha estromesso dalla partita più importante della sua vita.

Ecco, io sono felice di non spegnere un disco dei Mogwai alla terza traccia perché sono troppo complessi per me. Di aver raccolto la loro sfida e di essere arrivato alla fine di un album mediocre, dove mi aspettava la ricompensa. È un patto fra il musicista e l’ascoltatore che tante volte ho sognato di stringere nella direzione inversa e di poter verificare in un mio pubblico. Per ora mi accontento di sapere che stai leggendo queste parole, le ultime di un pezzo lungo e poco digeribile forse, e con il quale magari non sei per niente d’accordo, a me basta che tu sia arrivato fin qui.

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