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Non proprio pagelle, ma un diario emotivo di Sanremo 2021

Io in discoteca non ci andavo perché ascoltavo il punk rock e in discoteca ci andavano gli altri. Un po’ era stata la mia famiglia a darmi un’immagine demonizzata di quei luoghi in cui non si faceva altro che calarsi droghe sintetiche e ballare musiche sintetiche facendo notte fonda e vomitando sopra al vomito di altri nei cessi, un po’ avevo scelto io una parte del mondo che sentivo potesse dare più risposte alle mie domande. Perciò la prima discoteca in cui ho messo piede è stato un locale di Sanremo in cui ero andato in gita con la mia classe in prima superiore. La meraviglia di trovarmi in un salone buio con dei divanetti a fiori (a Sanremo è difficile liberarsi dei fiori) a ballare canzoni che passavano anche al Festivalbar, vedere i miei compagni di classe bere CocaCola assieme ai professori che stavano sul chi vive che sai mai che qualcuno di noi tirasse fuori una sigaretta o si sbronzasse con la Coca Light, me la porto nei ricordi come una delle più potenti demistificazioni di un preconcetto; certo, tanto era estremizzato il preconcetto, tanto estrema era questa situazione di “discoteca” nel senso del disinnesco innocuo. Ma per chi come me aveva vissuto la musica come una lotta tra fazioni, quella che ascoltava la musica giusta, buona, vera, e quella che si faceva invece ammaliare da melodie preconfezionate ed era ignorante, nel senso che ignorava, non capiva, non sapeva, fu uno dei primi momenti in cui mi bussò in testa l’idea che questa cosa dei confini non era più così chiara come l’avevo sempre pensata. 

Non faccio un concerto da un anno, e quest’estate sono riuscito a fare qualche prova con la band, a vedere un live giusto dietro casa mia, ma se ci ripenso ho vissuto l’estate senza pensare che sarebbe stata una semplice tregua, pensavo che il lockdown e la pandemia fossero il passato, e di questo mi rammarico. In queste sere mi sono messo davanti alla televisione a vedere il Festival di Sanremo non tanto per scelta, come non ho scelto di guardare così tanta televisione in questi mesi. È semplice, non posso uscire. Ma non so, non me la sento di ridurre tutto solo a questo, quest’anno. Non è colpa della pandemia se ho guardato Sanremo più degli altri anni, se ho provato anche a capirlo a differenza di tutte le altre volte. Il fatto che il vero duemilaeventi sia iniziato solo quando è finito il Festival mi ha portato a considerare questo Festival duemilaeventuno come la chiusura di un cerchio, per scaramanzia forse anche la fine di una pandemia non nel senso che la malattia non c’è più, ma nel senso che si sta facendo strada un mondo in cui la malattia è parte delle cose, del quotidiano, per arrendersi o per sopravvivere non lo so, però più mi inoltravo nelle canzoni del festival più mi rendevo conto che forse stavo imparando qualcosa su come questo paese fosse cambiato nel corso di dodici mesi. Il primo a essere cambiato ero io, che lo stavo guardando con occhio interessato se non critico. Pensavo che in passato lo avevo snobbato per quanto possibile, perché poi Sanremo non è solo in tv ma soprattutto nei discorsi della mia bolla, reale ma soprattutto digitale; l’anno scorso era stato soprattutto meme, per la performance di Morgan e Bugo, che aveva messo in scena di fatto il testo di Sincero cambiandone il finale, “però di te mi importa veramente, al di là di queste stupide ambizioni”, che era invece deragliato in una lite troppo intima per non provare imbarazzo nel vederla lì, messa in pasto a tutti, sacrificata sull’altare proprio di quelle stupide ambizioni. Bugo sono riuscito a vederlo esibirsi solo l’ultima sera; era a proprio agio, vestito come uno scemo, ma sorrideva come chi si sta prendendo una soddisfazione con un anno di ritardo; la canzone però gli stava proprio male, come un vestito troppo stretto. Pensando a Sincero mi veniva da pensare che fosse un treno perso. Bugo è un artista che ha perso tanti treni, non tutti per colpa sua.

Di Bughi nella mia “scena” ne ho conosciuti tanti, gente che nella testa non ha mai considerato alternative al fare musica per lavoro, e ci ha provato in tutti i modi, senza avere però la lucidità di vedere dove andava il mondo nel frattempo. Per questo guardare il suo sorriso mi ha quasi fatto pensare di conoscerlo da un po’, e a giudicare la sua canzone mi sentivo inadeguato. La prima esibizione che ho visto quest’anno è stata quella di Avincola, e vederlo scendere le scale vestito come uno che stava andando a una festa a tema vestito da Tommaso Paradiso, inconsapevole che arrivato al locale l’avrebbero tutti preso in giro perché il tema era l’indie americano, mi ha fatto salire un magone che non so rifare con le parole, ma se fossi una persona impulsiva mi sarebbe bastato quello a dirmi grazie per il tentativo, ma anche quest’anno è meglio se ti disinteressi di Sanremo. Poi però ho continuato. La sua canzone, essenzialmente una schifezza che potrebbe essere uno scarto non dico da Calcutta ma persino da Gazzelle, poteva darmi il colpo di grazia, ma se da ascoltatore di hardcore e punk, musicista post-metal, fan della musica americana soprattutto, già avevo delle rimostranze nei confronti del cosiddetto it.pop, pezzi come quello di Avincola hanno quantomeno il merito di farmi vedere la differenza fra le imitazioni e l’originale. E ogni volta che mi sale la rabbia giovanile, il me maturo con la coperta sui piedi mi ridimensiona, dandomi sempre la stessa risposta: “non sei tu il target, lasciali cantare”. 

Francesca Michielin e Fedez scendono il palco e quello che penso è “eccoli, Del Piero e Inzaghi, la classe cristallina e il bomber ruffiano, tutti gli altri devono tremare”. Poi però a tremare è proprio Fedez, e lì mi si apre il primo squarcio su cosa è davvero Sanremo: in un teatro senza pubblico, in una bolla iperprotetta e ipertamponata che cerca di restituire un po’ di normalità a un paese traumatizzato in cui la musica è in silenzio, artisti macina-palazzetti e imprenditori remida consumati come Fedez si cagano addosso al punto da mostrare proprio il pallore che ti viene quando sei consumato dalla gastroenterite; Francesca Michielin forse perché è più giovane, forse perché è una donna, non lo so, sembra più sciolta, quando guarda Fedez gli sorride quasi come per dirgli va tutto bene tranquillo. La canzone è la solita, telefonata bomba che ti rimane in testa mentre ti vergogni di essere ancora lì ad ascoltarla. C’è Francesca che non sbaglia mai il gorgheggio su “perso le parole” che da solo vale tutta l’esibizione, mentre Fedez sta in apnea. Sanremo è questo, è il palco che spaventa anche i più grossi, e spezza la voce ai più bravi, li mette in tensione per la gara. Per questo quando vedo entrare La Rappresentante di Lista che sembrano aver sbagliato sala, ma poi attaccano il pezzo che si rivela un’esplosione a cassa dritta, e mi accorgo che mentre sento gli orecchini di Veronica Lucchesi rientrare nel microfono dal quale sta dando una prova perfetta, mi rendo conto che outsider come loro sono avvantaggiati dal non avere niente da chiedere all’Ariston; sembrano dire che ai palchi veri, quelli in cui puoi finire davanti al pubblico del gruppo principale per cui stai aprendo e con cui magari non c’entri un cazzo e dare fastidio con la tua musica, loro ci sono abituati e non hanno paura. Amare è un brano che quando finisce mi lascia lì senza parole, pensando a che cosa cazzo ho appena visto, non lo so che cos’è ma mi piace. Lo voglio risentire, adesso. L’esibizione de La Rappresentante di Lista è la miccia, il motivo per cui guarderò anche tutte le altre serate. Credo sia colpa anche di Dardust.

https://youtu.be/YZ9h9zFnidc

È qui più o meno che mi rendo conto che Sanremo con la musica c’entra poco, e mi fa ridere pensare a chi pretende che vinca la canzone migliore. Sanremo è soprattutto contenuto, testo, parole, concetti, storie. La musica non c’entra quasi mai, a parte quando ci mette le mani Dardust, che è l’unico arrangiatore che sta un po’ cercando di fare ricerca e innovazione a Sanremo, con un gusto elettropop di straordinaria contemporaneità, ma con basi solide. Ma a parte questo la musica non c’entra, c’entra il genere musicale, il mercato, la pancia del paese, le orecchie dei giovani, le abitudini degli anziani, ma l’orchestra è la stessa per tutti, gli arrangiamenti spesso si rimpallano l’uno con l’altro, non c’è molto da guardare e da valutare, ma ci sono i testi, c’è il lavoro autoriale, ci sono i monologhi, gli sketch, le interviste, i temi toccati, le ospitate, lo show. È un palinsesto di contenuto che nella maggior parte dei casi è di una superficialità devastante ma anche comprensibile per i ritmi, la vastità del pubblico toccato. Provateci voi a raccontare un paese in cinque serate dopo un anno come questo.

Ci provano le canzoni, legandosi a doppia mandata agli artisti che le interpretano. Malika Ayane, per esempio, per me è un incidente stradale. Una donna di una bellezza complessa, che talvolta trovo repellente e altre volte magnetica, soprattutto quando canta a favore di telecamera ammiccando. La prima volta non ascolto le parole di Ti piaci così, faccio l’errore di ascoltare la musica per mia estrazione da post-rock strumentale, e ci sento quei pattern dream un po’ anni Ottanta che puoi sentire nella Bette Davies Eyes di Kim Carnes, ma la voce di Malika Ayane è una presenza troppo ruvida per ignorarla, e anche lei si fa un po’ spezzare dall’emozione. Mi cattura quando si interrompe per dire e ti pia- e ti pia- e ti piace sì, ci rimango calamitato fino a un ritornello che mi delude, si alza banale, ma poi si chiude con una discesa melodica quando dice A che serve resistere? che mi sconfigge. Sono innamorato. È lì che inizio ad ascoltare il testo. Non ci capisco tanto, ma a me parla di problemi alimentari, di piacersi, di guardarsi allo specchio e vederci cose sempre diverse, gestendolo in seconda persona singolare per dare un livello di delicatezza che invidio. Non lo so se avrei scoperto mai questo testo se Malika non mi avesse guardato dritto negli occhi mentre cantava scolpita dall’emozione. Comincio a chiedermi allora cosa sarebbe il festival di Sanremo senza la televisione, se fosse solo una playlist su Spotify. Me lo ridomando anche quando vedo Arisa, che è da un decennio che si porta il fardello di popstar bruttina che però ha la voce. Mi chiedo se al di là dei monologhi inqualificabili della Palombelli che fanno pensare che non esista nessuno lì dietro le quinte che faccia un controllo qualità sui testi degli spin doctor, al di là delle parrucche di un Fiorello mai così fuori fuoco e inopportuno in carriera, il festival di Sanremo non sia un tritacarne per una donna anche sul lato della canzone. Arisa si presenta sul palco con un viso segnato dall’eredità che si porta, come una che se la vive male, che un giorno si piace così, si piace com’è, e un giorno si fa un’iniezione alla bocca perché il suo lavoro la obbliga ad essere anche in un qualche modo figa. Su Arisa non ce la faccio a essere obiettivo. La prima volta che, in un giugno di disperazione, sono andato a sedermi di fronte a una psicologa per raccontarle cosa mi stava demolendo, quando sono uscito, stordito e arreso al far parte da pochi minuti della schiera dei malati mentali, sono entrato in un bar e ho ordinato una brioche e un caffè, e in filodiffusione c’era Mi sento bene di Arisa. Una canzone felice, quasi giocherellona, che invece recita parole di apatia spaventose. Il testo di Mi sento bene è una richiesta di aiuto che mi ha cambiato per sempre il modo che ho di guardare Arisa, uno smantellamento verso per verso del senso della vita.

se non ci penso più mi sento bene, le strade piene quando è Natale, magari non è niente di speciale, sentirmi bella mi fa stare bene. Cosa ne sarà dei pomeriggi al fiume da bambina, degli occhi di mia madre, quando questo tempo finirà? Non penso a niente e tutto mi appartiene, e più non sento e più mi sento bene. E non pensare più a cosa dire, sentirmi libera da me come i bambini, restare nudi, lasciare andare e non avere paura di invecchiare.” 

Al quinto giorno di antidepressivi, dieci minuti dopo aver vuotato il sacco con una psicologa, queste parole mi sono suonate come un messaggio mandato da qualcuno. La canzone di Arisa di quest’anno era una merda, e grazie al cazzo, gliel’ha scritta Gigi D’Alessio. Non sono riuscito però a scindere l’Arisa di Mi sento bene dall’Arisa di Potevi fare di più, e anche questo mi ha ridato la sensazione che la musica con tutto questo davvero c’entrasse poco. Vederla vestita e pettinata come una che non si sente bene mi ha fatto male, e ho sperato che per lei Sanremo finisse prima. Non è la musica, sono i personaggi. Madame, per esempio, mi fa l’effetto Lorde. È una figura che sfugge alla mia comprensione, e per questo mi mette soggezione, mi dà l’idea di una a cui farei fatica a rivolgere la parola, nonostante sia nata nell’anno in cui io sono andato in quella discoteca di Sanremo a scoprire che in fondo era solo una sala buia in cui la gente non si sedeva sui divanetti a fiori da quanto erano zozzi. Lo stile di Voce ha il suo stile vocale riconoscibilissimo e coraggioso, ma un ritornello più potente, e anche lì c’è di mezzo Dardust. Ma a me non importa granché della musica neanche in questo caso, io la trap la capisco fin là e non me la sento di approfondirla, nasce da un contesto troppo distante da me perché io possa davvero coglierlo senza fare la figura del papà che si ferma a raccontare barzellette alla festa di compleanno del figlio non rendendosi conto di essere un fenomeno da baraccone ascoltato per pietà. Madame canta, si muove e si veste come un enigma per la mia testa, la ammiro senza sforzarmi di inquadrarla perché lei non sta parlando con me, perché mai dovrei volere io la sua attenzione? 

Mi rendo conto allora che i live servono proprio a questo, a legare la musica alla persona che la crea e la interpreta, ed è ciò che mi è mancato così tanto quest’anno, ma è un’informazione che mi era rimasta nel retrocervello, e mi esplode in tutta la sua dirompenza ora. Mi innamoro veramente della musica solo quando riesco a legarla a chi la crea. E gli innamoramenti più disperati sono quelli in cui l’immagine che mi ero costruito e l’immagine reale o combaciano alla perfezione o divergono in maniera inaspettata. Questa cosa da una parte porta valore, dall’altra mi fa prendere male un artista. Per esempio, vedo Willie Peyote scendere le scale con la sua camicetta, gli occhialetti, i baffetti e la sua faccia da stronzo, e penso proprio che mi sembra un coglione montato. Poi sento la canzone, che funziona, si fa ascoltare, ha il giusto ritmo ruffiano da farti ballare al festival di sinistra, ma il testo mi fa concludere che sulla prima impressione c’avevo azzeccato. Mai dire mai (la locura) mi fa girare i coglioni in primis dal titolo, perché i titoli con le parentesi, tipo Baila (Sexy thing), mi sono sempre stati sul cazzo. Poi perché ha un testo che se la prende con tutto e tutti mischiando cose a caso, sparando sulla croce rossa (wow, un rapper che si incazza con gli stadi aperti e i teatri chiusi, insegnami come si vive), ma è soprattutto la faccia con cui questo rompicoglioni mi fa la morale davanti alla telecamera a farmi quasi perdere la calma; mi dà l’idea del personaggio che va a Sanremo per fare quello che lo destabilizza, e poi vince il premio della critica. Mi verrebbe da dirgli cazzo ti sta bene, volevi sconvolgere e la giuria invece che rigettarti ti ha dato il premio Mia Martini. Tornerà a casa con la convinzione di essere un grande in un mondo in cui esiste già Dargen D’Amico, e nessuno gliela toccherà, non di certo io, che continuerò a meravigliarmi del perché tanti dei suoi fan disprezzino il fare da dio in terra di Celentano.

Sull’onda del fastidio, è ora di parlare di Gio Evan. Perché il festival di Sanremo è anche non capire, per esempio non capire il senso non tanto del personaggio Gio Evan, ma proprio del concetto Gio Evan, come uno che ha costruito una carriera su più media (libri, dischi, web) mettendo assieme testi che sembrano tatuaggi. In una manifestazione in cui i contenuti, per quanto spesso di bassa qualità, contano, lui che proprio non ne ha è semplicemente passato inosservato, a parte per i pantaloncini. Poi è successo che il festival l’hanno vinto i Maneskin, in buona sostanza una cover band che suona una musica che era già datata prima che venissero al mondo. Ne ho parlato molto coi miei amici: è giusto, e anche bello che qualcuno si metta ad ascoltare cose generate da anni in cui i suoi genitori nemmeno ci pensavano a lui. Io nel 2000 ascoltavo i Sex Pistols e i Joy Division, il 1994 mi sembrava un’epoca lontanissima in cui mi ero perso Dookie perché non avevo ancora le papille gustative pronte per impazzire dietro al pop punk, ma insomma, i miei coetanei cercavano altro, ascoltavano altro. Allora va bene che i Maneskin facciano il rock, va bene che lo facciano anche senza manco provarci a innovarlo, che lo portino su palchi inadatti a suonarcelo, loro sanno suonare, lo possono fare, in gavetta capita a tutti di proporre musica inascoltabile alle sagre, e sentirsi fuori posto, chiedetelo ai Fine Before You Came. Ho definito i Maneskin una cover band e questo potrebbe far pensare che io consideri i Maneskin senza contenuti, ma vederli vincere Sanremo incarnando l’hard rock è un contenuto, fa parlare, polarizza, divide, la gente si sta scannando, persino i Lorenzo Tosa che per citare gli stessi Maneskin purtroppo parla, non sa di che cazzo parla, ma a vederci il male nei Maneskin che suonano semplicemente la musica che a loro piace di più con quell’estetica demodé che li fa sembrare dei ragazzini vestiti da adulti, dicevo, a vederci il male sono tutti tranne proprio i Maneskin. Quando li hanno incoronati vincitori però avevo spento, perché Sanremo dura tanto, finisce tardi, e io ho fame di musica ma sto anche invecchiando, e la prova più tangibile di questo dato incontrovertibile è non solo che ho seguito Sanremo come forse non avevo mai fatto, ma che ne sto anche scrivendo. Tra i primi tre però non è finito nessuno della mia top tre, che oltre a Malika Ayane e La Rappresentante di Lista comprendeva anche il pezzo degli Extraliscio, e quindi mi sono dovuto arrendere al non essere allineato al paese neppure al trentatre per cento.

D’altronde suono un genere che di testi ne ha pochi, che rientra tra la musica pesante, e che con questo mondo qui semplicemente non dialoga. Una mia canzone a Sanremo non solo non è pensabile, ma forse non è neppure benvenuta, perché Sanremo risponde a domande diverse da quelle che si pone il giro di persone che frequento e con cui mi trovo ai concerti. E noi tutti guardiamo Sanremo come si guarda qualcosa che non è un concerto, non è un festival musicale, ma è una specie di serie tv che tutti guardano e di cui tutti, il giorno dopo dovranno parlare, o mancheranno le reference ai meme. Lo facciamo con la spocchia di chi ascolta la vera musica, pensando che quella di Sanremo sia carrozzone, contorno, mercato, televoto, talent travestito da nazionalpopolare, prendiamo in giro i dinosauri trattati come maestri quando siamo noi a trattare i maestri come dinosauri, e ad essere già dinosauri noi stessi che ridiamo di Aiello che osa urlare in diretta sulla Rai, perché nell’hardcore sì ma nella ballata meridionale no, è meme, fa ridere. Dicevo, Sanremo dura troppo. Troppo come quella serata al Pedro in cui suonarono i Bridge to Solace, un gruppo hardcore ungherese che aveva fatto un disco che mi faceva impazzire e averceli in città sembrava fantascienza. Ci sono andato al Pedro, in apertura c’erano 5 o 6 altri gruppi tra il metalcore, l’hardcore e il post-metal, una scarica di pesantezza e urla, batterie che coprivano tutto e chitarre impastate, e i Bridge to Solace sono saliti sul palco alle 2:30, quando io ero già a letto perché sì, l’hardcore, ma anche il coprifuoco, quello dei tuoi genitori, non quello della pandemia. E com’è come non è, Sanremo ha solo cinque serate per fare il punto su un paese, riprendere le nostre tradizioni che odiamo e che ci appesantiscono, ma che non possiamo ignorare, come gli atei che si lasciano scappare un “Se Dio vuole”, e quanti me ne sono scappati a me, al punto che sono arrivato a chiedermi se abbia senso dire che non credo in Dio, così come mi sono chiesto in questi giorni se sono effettivamente mai riuscito a ignorare Sanremo, e mi è facile rispondermi di no, che Sanremo in qualche modo mi è sempre venuto a cercare, e che anche se io di musica leggera italiana ne ascolto davvero poca, ne conosco ancora meno e ne ignoro di fatto la storia, sto invecchiando davanti alla tv, e anche se un anno di pandemia ha congelato le nostre vite l’orologio è andato avanti lo stesso, e Sanremo era ancora lì, ha ripreso da dove aveva concluso, ma in mezzo siamo cambiati noi, anche se qualche autore di monologhi non se n’è molto accorto. Se ripenso a ciò che mi sono portato a casa, penso che suonare mi manca, la musica mi manca, andare ai concerti mi manca, e come manca a me è mancato alle persone che sono salite sul palco dell’Ariston, e in qualche modo, in qualche stecca, in qualche espressione preoccupata o risolta si è visto, e ok, non tutti sapranno scrivere come Max Gazzè, ma ci hanno provato a raccontare qualcosa, e io tornerò all’emo e al post-metal nel giro di qualche giorno, ma non posso non pensare che se in questo inizio marzo mi sono sentito meno solo e più empatico, forse dovrei smettere di chiamarla musica di merda. 

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