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Seppellitemi Nel Mio Armadio

Lo tengo nascosto in un armadio. Non potevo più vederlo sullo scaffale, assieme agli altri dischi. Un giorno l’ho preso e me lo sono rigirato tra le mani per qualche secondo, accarezzando la busta di plastica che lo preserva da polvere ed eventuali strisci. Giusto il tempo necessario per ricordare quanto sia bello l’artwork.
Ho aperto il cassettone dove tengo le mie maglie da calcio e l’ho appoggiato sul fondo di compensato, prima di coprirlo accuratamente fino a nasconderlo del tutto con una manciata di maglie che ormai non uso più. Quelle che mi vanno grandi o che, purtroppo, con gli anni e le partite sono diventate piccole o si sono consumate al punto da presentare buchi più o meno estesi.
Non voglio più vederlo, ma desidero appassionatamente che non si rovini. Scaffale e armadio distano al massimo un paio di metri, quindi la soluzione che ho deciso di adottare risulta quantomeno insufficiente, se non del tutto ridicola. Ogni volta che apro quel cassetto, per scegliere l’outfit più luccicante per la partita del giovedì, immancabilmente l’occhio finisce in quell’angolino. Il disco lo vedo, piuttosto nitidamente, anche se nascosto sotto un corposo numero di maglie. La mia vista attraversa facilmente lo spesso strato di tessuto acrilico, come se avessi un superpotere limitato esclusivamente a quel granello di universo. Forse è colpa dello splendido vinile color birra. Brilla di luce propria, riuscendo di fatto a rendere immateriale tutto ciò che lo circonda. Il non dover più aprire quel cassetto credo sia l’unico aspetto positivo del non poter giocare.
Questo è il triste destino di Stage Four. Un album enorme che non voglio più ascoltare.
Avrei potuto regalarlo a qualcuno. Forse la soluzione migliore questa volta avrebbe potuto essere la più estrema, ossia distruggerlo o bruciarlo senza pensarci troppo, magari trasformando il tutto in un gesto epicamente teatrale dalle sembianze di un antico rito pagano.
Invece mi sono sempre tirato indietro. Suonerà piuttosto irrazionale, ma a quel disco ci tengo ancora moltissimo e, piuttosto che privarmene, preferisco subire tutte le conseguenze che la sua presenza comporta.
Stage Four ha un’aura oscura. Chissà, riascoltarlo potrebbe condurmi definitivamente alla pazzia. Oppure potrebbe spingermi a compiere gesti inspiegabili e terrificanti, un po’ come se fosse la parrucca di Vipera in uno speciale Halloween dei Simpson.
La verità è che il solo pensiero di una nota di Stage Four mi fa sentire schifosamente solo. Questo disco si porta dietro un numero di rogne estremamente difficile da gestire. Luoghi che vorrei dimenticare per sempre e sentimenti che sono troppo stronzo per riuscire a sopprimere. Soprattutto, l’immagine di una serenità che analizzata con lo sguardo di oggi sembra fittizia, contraffatta. Probabile quindi si trattasse di un falso, di un’imitazione di eccellente qualità che per un certo lasso di tempo ho trovato oltremodo appagante.

Con i testi dei dischi ci ho sempre fatto quello che ho voluto, in un disperato quanto maldestro tentativo di farli miei a qualunque costo. Li ho rigirati e li ho reinterpretati spesso utilizzando punti di vista quantomeno audaci, soprattutto nei casi in cui sentivo un forte legame con quello che stavo ascoltando. Stage Four non fa eccezione e anche se per grazia divina mia madre non l’ho ancora persa, e ucciderei ogni sconosciuto sulla verde terra di Dio se servisse ad evitarlo, ho abbracciato il sentimento di lutto che trasuda dalle urla. Per un po’ l’ho modellato sulle mie nemmeno lontanamente paragonabili esperienze, fin quando ho iniziato a sentirmi in colpa. Lì ho abbandonato, approccio e disco, consapevole che il transfer non poteva avvenire a quelle condizioni e, più che alla perdita, ho cominciato a ruminare sul concetto di sconfitta. In tutte le sue declinazioni e sfumature.
Quali sono per una persona comune le sconfitte più dolorose? L’indigenza? Il fallimento di una relazione? Fa più male la prima sconfitta o la centesima? Ossia, è più dolorosa la novità o l’abitudine? A cento io ci sono arrivato piuttosto presto e devo dire che mi sono sembrate tutte uguali.
Quello che davvero mi risulta stomachevole è la retorica della vittoria, quell’irrinunciabile necessità di catalogare una persona in base ai successi. È un metodo infimo che il più delle volte, dando tutto per scontato, risulta fuori fuoco. Troppo spesso non vengono considerati i fattori collaterali che influiscono sulla buona riuscita di un determinato processo. La fortuna, le condizioni più o meno favorevoli, il tempismo e chissà quant’altro. Non siamo tutti sullo stesso livello, non si parte all’unisono dagli stessi blocchi. Andrebbe fatto un discorso più organico e articolato, che non dovrebbe esimersi dall’analizzare la situazione nella sua complessità, modellando di conseguenza gli obiettivi in base alle reali possibilità, in modo da premiare il talento più dell’opportunismo. Il genio più della costanza. Non sono del tutto convinto che chi arriva primo sia automaticamente il migliore. Forse è stato solo il più fortunato. O il più abile a mettere a frutto delle condizioni inziali vantaggiose.
I trofei non mi affascinano, proiezione dell’essere un perdente, preferisco altro. Sono stanco di Messi e Ronaldo, delle Champions, delle decine di campionati e dei Palloni d’Oro. Per me il migliore resterà sempre Matt Le Tissier, dall’alto della sua bacheca vuota quanto il mio portafogli.
Poi ci sono io, che di talento non ne ho nemmeno mezzo. Sono un inetto, un incapace. Non parlo tanto di doti particolarmente scintillanti, quanto delle abilità basilari per non mandare sempre tutto a puttane. La capacità di coltivare rapporti sani e duraturi, di trovare e mantenere un lavoro decente o, più in generale, di voler bene a sé stessi in quantità sufficiente da garantirsi un tenore di vita perlomeno dignitoso.
Ho scoperto piuttosto presto che nella vita non avrei mai combinato nulla, la realtà è stata piuttosto chiara e spietata in tal senso, e devo dire di aver sempre preso tale scoperta con abbondante filosofia. Il problema, ciò che fa veramente male, è ripensare a tutte le occasioni che negli anni mi sono cadute addosso come gocce di pioggia. Opportunità che ho sciupato in quanto troppo impegnato a ripararmi sotto un portico, incapace di riconoscerle.
Ho praticamente fallito per tutta la mia vita senza neanche rendermene conto. E se mai me ne sono accorto l’ho fatto fuori tempo massimo, quando lo strappo era ormai troppo largo per essere rattoppato.
Un briciolo di talento mi avrebbe fatto davvero comodo. Talento nel riuscire a definire e valutare l’ambiente attorno a me.
Per evitare di prendere decisioni disastrose. Per risparmiare delusioni a chi proprio non se le meritava. Per provare a limare il numero di rimpianti.

Vorrei essere come il secondo tocco. Brillante, geniale, bellissimo.

Essendone totalmente sprovvisto, non mi dovrebbe mai essere permesso parlare di talento. Dovrei essere rinchiuso in una cella senza finestre, costretto a sfamarmi con pane vecchio e a dissetarmi esclusivamente con la mia tiepida urina, solo per averci provato. Se tutto ciò non accade, è solo a causa dell’ennesimo fallimento del sistema liberale.
Non ci vuole però granché a riconoscere il talento dei Touché Amoré. Non lo dico certo io, per loro parlano una manciata di dischi che definire eccellenti, in un paio di casi almeno, è piuttosto riduttivo.
Ci sono tantissimi aspetti che mi piacciono dei Touché Amoré. Potrei addirittura allargarmi e dire che, nome a parte, di loro mi piace tutto. Del resto, sembrano dei ragazzi veramente umili e gentili. Persone a cui gli schifosi come me chiederebbero un sacco di favori scomodi, da inviti a cena fuori luogo a prestiti più o meno consistenti di soldi, consapevoli che la risposta non sarebbe mai negativa. Dal vivo sono una band micidiale ed è impossibile non ammirare la coerenza e la sincerità del loro percorso musicale, rimasto sempre lontano da cadute in sonorità troppo ammiccanti o, ancora peggio, in smetallate senza senso.
È palese, anche per un incompetente come me, la crescita avuta da questi ragazzi sotto ogni aspetto. La scelta dei suoni, gli arrangiamenti, quella ricerca di una pasta compositiva in grado di risultare clamorosamente compatta ma al tempo stesso genuina e personale. Io me ne sono reso conto, ovviamente con un ritardo mostruoso, attraverso l’intempestivo ascolto della loro discografia.
Il mio percorso di scoperta dei Touché è stato quindi piuttosto lungo, anche se non particolarmente tortuoso. I primi due dischi li ho allegramente ignorati, senza particolari rimpianti, per riscoprirli solo in un secondo momento. Is Survived By l’ho divorato e resta, attualmente, il mio preferito del lotto. Poi è arrivato Stage Four, di cui potrei parlare per mesi e se non lo faccio è solo perché sono consapevole di non esserne in grado. È un disco troppo grande per me, sotto ogni punto di vista e nonostante il mio rifiuto di regalargli ulteriori ascolti rimarrà sempre un punto di riferimento. Senza contare il fatto che, fortunatamente, ci ha già pensato chi di dovere a dire tutto quello che c’era da dire.
Lament è un’altra bomba atomica e la cosa non mi sorprende affatto. Suoni pazzeschi, solito batterista solidissimo, chitarre commoventi.
Poi c’è Jeremy, che rimane il motivo principale, la causa scatenante della mia infatuazione. È sempre toccante sentire quanto ci tenga a tutto questo, quanto l’esperienza dei Touché sia per lui un qualcosa che oltrepassa il normale concetto di band o di musica. Se dopo lo sforzo disumano di Stage Four lo aspettavo al varco, Lament mi ha confermato quanto ci sia di buono nella sua persona e quanto sia indiscutibile la sua abilità nel modellare testi profondi, sinceri, carichi di una passione che io purtroppo non sono mai riuscito a rintracciare dentro di me. Stavolta non servono rielaborazioni. Le paure e le promesse mancate che sguazzano in Lament sono quelle di tutti. Ritratte fedelmente. In modo chiaro, semplice e diretto.

È un vero peccato che Lament non mi piaccia.
No, non è vero, non è proprio così. Non mi rimangio nulla, però non posso negare che non sia riuscito a prendermi come credevo e come speravo. Ho già cominciato a lasciarlo indietro e non è assolutamente un buon segno. Lament paga un problema di tempismo, è il classico disco giusto nel momento sbagliato.
Chiaramente la colpa è di Stage Four, di tutto quello che si porta dietro. Delle accuse che mi lancia da dentro l’armadio e che riesco a sentire, con la coda dell’orecchio, faticare per oltrepassare le ante.
Vorrei che fosse un po’ più facile. Mi piacerebbe spararlo a tutto volume per poter dimenticare quanto mi mancano l’attacco di Displacement e la melodia di Benediction, o la Baker che si intrufola furtivamente in Skyscraper.
Per poter sperare di apprezzare pienamente Lament, o anche solo di approcciarlo nella maniera che meriterebbe, dovrei saldare i conti in sospeso con Stage Four. Purtroppo, le cose che non funzionano sono davvero troppe e la situazione non sembra poter migliorare.
Ho mollato. Non riesco a rialzarmi dal pavimento su cui striscio già da un po’ e che ormai considero un luogo caldo e confortevole.
People say with time it gets easier, but i just think that they are wrong dice Jeremy, e non ho motivi per non credergli.
Ci vuole un gran talento per andare oltre certe sconfitte, per dimenticare i calci ben assestati nello stomaco. Perfino tirare fuori un disco da un cassetto diventa un’impresa ardua se non si è in possesso di una concreta predisposizione e di una generosa dose di coraggio.
Stage Four rimane lì, metaforicamente murato nel mio armadio. E lì probabilmente ci morirà. Spirerà avvolto nel caldo e confortevole abbraccio di una manciata di vecchie maglie da calcio usate. Inebriandosi dell’odore di carogna putrefatta del tessuto sintetico, generoso omaggio degli innumerevoli lavaggi di bassa qualità.
Sono sicuro esistano modi ben peggiori di lasciare questo mondo infame.

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