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Transgender Dysphoria Bleah!

La storia che racchiude questo Transgender Dysphoria Blues la conosciamo tutti no? Tom che diventa Laura, ecc. ecc. Quindi è inutile dilungarsi. Ed è anche inutile negare che, piuttosto prevedibilmente, si finisca a parlare in maniera più approfondita della suddetta storia più che della musica.
Ci sta, e nemmeno io me la sento di rinunciare al pacchetto completo.
Perciò parto dicendo che io sono tra quelli convinti che per portare avanti una scelta del genere ci voglia un coraggio da leoni. Quindi non mi lascerò andare come al solito a battute di bassa lega o a riferimenti demenziali perché, lo ammetto, nutro un profondo rispetto per il fu Tom Gabel ora Laura Jane Grace.
La rispetto e un po’ la invidio. Non perché io ambisca a diventare donna (anche se come si suol dire “mai dire mai”), ma perché la sua decisone e la sua fermezza nel cercare un netto cambiamento rappresentano tutto quello che manca a una persona come me, incapace di uscire dal seminato e lontana anni luce da qualsiasi possibilità di miglioramento.
Ed è proprio realizzando questo che auguro tutto il bene possibile a Laura e alla sua famiglia. Spero davvero con tutto il cuore che questa scelta sia la migliore e che possa renderla felice ed appagata. E spero che anche la realizzazione di questo disco l’abbia resa felice ed appagata.
Detto questo, chi non si può dire felice ed appagato, in veste di fan di vecchia data, sono io.
Un po’ perché il mio profondo rispetto non si traduce in una volontà di conoscere ogni singolo passo di questa vicenda attraverso i testi delle canzoni, un po’ perché questo disco è tutt’altro che memorabile.
Vediamo di essere chiari. Non si tratta del classico disco di merda. Credo sia semplicemente un disco inutile, che continua sostanzialmente a  cavalcare lo stile e le sensazioni degli ultimi lavori, riprendendo diversi spunti da quel vergognoso abominio di New Wave senza però risultare catchy e immediato come White Crosses.
Qualche pezzo carino c’è, come True Trans Soul Rebel e Fuckmylife666 (dei titoli magari ne parliamo in separata sede), in mezzo a un paio di orrende cafonate e, più in generale, in mezzo a troppe tracce anonime che non lasciano niente. Nemmeno brutti ricordi.
Il problema sta tutto qua. Il passare oltre un loro disco in maniera così leggera e veloce è un qualcosa che mi riempie di tristezza. Perché per me gli Against Me! non sono mai stati una band qualunque.
So bene che le persone cambiano, maturano o più semplicemente invecchiano. E questo è un discorso che avevo già fatto anni fa proprio su queste pagine, proprio sugli Against Me!.
È chiaro a tutti che dei bei tempi andati non sia rimasto più niente, e vi assicuro che nessuno più di me comprende e, nonostante tutto, rispetta il loro cambiamento.
Però io sono un nostalgico. Uno sfigato che vive nel passato e che male si rapporta con presente e futuro. E quindi io me ne sbatto dei cambi di formazione, dei cambi di sesso, della maturità artistica e delle major.
Io gli Against Me! li vorrei sempre come in quel famoso concerto datato 2005 nel centro sociale della mia città. Sporchi, sudati, puzzolenti, sbronzi, arrabbiati, furiosi. Senza filtri o compromessi. Puri e genuini. E, passatemi quest’espressione, squisitamente punk.
In culo al progresso e agli anni che inesorabilmente continuano a passare.
Perché tutto quello mi piaceva un sacco e perché in fondo ne ho ancora bisogno.
Ma soprattutto perché alla fine il vero problema non è vederli aprire ai Green Day negli stadi, ma non vedere più scene del genere.

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