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Un bel pippone sull’estetica dei Titoli

I natali che ho apprezzato di più sono stati quelli in cui, è brutto a dirsi ma per me ha contato molto, ho scartato regali che presupponessero un minimo impegno nel tentare di indovinare i miei gusti da parte dei miei parenti. Il profumo, il docciaschiuma, il libro preso a caso, l’ombrello, quegli oggetti che di solito peschi dalle ceste prima delle casse del posto dove sei andato per fare altri regali ad altre persone, e che ti offrono l’imperdibile occasione di sistemare i conti con qualcun altro della famiglia semplicemente aspettando in coda per pagare.

Un bel Natale dal pacchetto uscì l’Enciclopedia del Rock Anni 90, e gli anni novanta erano appena finiti. Era un tomo dal peso non indifferente che aveva l’ambizione di raccogliere tutti i gruppi più influenti di quella cosa che chiamiamo rock, passarne in rassegna sommariamente discografia e cenni storici. Insomma, il classico libro che venderebbe solo a Natale, ma nondimeno un libro interessante per chi sulla musica ha solo da imparare come un ragazzetto 15enne che ha appena iniziato a suonare. Non fui nemmeno troppo deluso di non trovare i gruppi di cui ero appassionato come i Blink 182 o i Green Day, era prevedibile; per quanto si faccia fatica a ricordarselo, all’epoca si discuteva non tanto sul genere, ma sul fatto se la loro fosse musica o no, un po’ come oggi si fa nelle stanze del potere con Fabri Fibra. Le argomentazioni sono quelle, è cambiato il target. Era interessante poi vedere anche i Radiohead liquidati come un fenomeno marginale da intellettualoidi (all’epoca si vendevano le ultime copie di Amnesiac) che dopo gli esordi promettenti da rampolli di una tradizione british che aspettava di essere rinnovata compiacendo l’accademia, si erano persi in sperimentazioni descritte dall’autore come di solito un dottore obiettore di coscienza descrive gli effetti collaterali dell’LSD. E allora Ok Computer era un’opera sconnessa e in fondo carente di sostanza. Ma poi c’erano anche descrizioni più felici, come la spiegazione di Losing My Religion come di una canzone che basa la sua forza sul non esplodere mai, e meno felici come, sempre a proposito dei R.E.M., il far notare al lettore come l’armonia di Drive fosse costruita su un intervallo di quarta.

rock

 

Come se al lettore gli fregasse qualcosa.

Un gioco che mi piaceva molto fare con questo libro era leggermi in sequenza i titoli dei dischi di un artista e specularci sopra. Un gioco che mi ricordava molto l’andare nei negozi di dischi e spulciarne il retro per leggere i titoli di canzoni che non avrei mai ascoltato di band che non conoscevo. Così, per il puro piacere della parola.

I titoli sono una cosa che mi ha sempre affascinato, molto più dei testi. Per esempio una volta in una intervista a quelle teste di cazzo degli Oasis, (mettete agli atti che per me resta il gruppo più odioso della musica dal 1987 ad oggi) non ricordo quale dei due stracciacazzi ammetteva che i titoli erano in gran parte casuali, o completamente sconnessi dalla canzone e dal testo, erano semplicemente frasi che stavano bene, o che piacevano a tutti. Per un attimo balenava nel lettore l’idea che esistesse qualcosa in grado di mettere d’accordo i Gallagher. Idea probabilmente sbagliata, derivata da dichiarazione falsa.

Ma il gioco dei titoli a caso è pienamente comprensibile.

Io ad esempio, sono ossessionato da una canzone dei Receiving End Of Sirens che si chiama Swallow People Whole.

I Receiving End of Sirens mi fanno cagare. Mi facevano cagare anche nel biennio 2004-2006, quando praticamente ascoltavo solo quel genere, quell’emo/rock superprodotto feat. Deftones, con i chitarroni, le voci melodiche supertirate alternate a urla machissime. Mi hanno sempre fatto cagare, e la stessa Swallow People Whole è sostanzialmente una canzone di merda, che avrò ascoltato sì e no due volte. Peccato che abbia il titolo più bello e musicale del mondo.

Davvero, da un lustro a questa parte ogni volta che mi trovo a dover pensare a qualcosa che in inglese suoni bene, qualcosa che possa essere un titolo convincente per una canzone che sto scrivendo, o per un disco, o semplicemente qualcosa di fine a stesso che sia bello da scrivere, da pronunciare, da sentirsi rimbombare in testa, mi tornano sempre le stesse tre parole in testa: SWALLOW PEOPLE WHOLE.

Non è fantastico? E non so manco che cazzo vuol dire.

Per chi naviga nel post-rock strumentale poi, la storia dei titoli è di vitale importanza, mancando un testo di riferimento.Ho notato per esempio una fastidiosa inflazione dell’uso del lago nei titoli post-rock. Voglio dire tutti hanno fatto una canzone su un cazzo di Lake. Pensandoci, il lago è una delle cose più post-rock che esistano. Forse anche più del mare, anzi la differenza fra i due paesaggi acquatici potrebbe efficacemente descrivere le differenza fra due branche del post-rock. Tipo, i Russian Circles sono mare, gli Appleseed Cast sono lago. Ma più in generale se fai post-rock in genere un disco lo porti a casa ficcandoci dentro una canzone col titolo in latino, una col nome scientifico di qualche materiale o di qualche pianta; per esempio, una cosa come CADMIUM è perfetta. È la migliore traccia di apertura del tuo disco post-rock. Poi ci sono i paesaggi appunto, con titoloni didascalici come “The great foggy lake”, “Clouds climbing the sky” direttamente mutuati dai titoli dei quadri. E poi robe futuriste, del futurismo quello fascistissimo, minacce come “Machine vortex”.

Dell'ottimo cadmio
Dell’ottimo cadmio

Poi c’è chi coi titoli ti trolla. Maestri insuperati i simpaticissimi Mogwai, che non avendo quasi mai da spendersi in liriche e suonando ormai a memoria senza dover dimostrare più niente a nessuno da diversi anni, puntano sull’ilarità dei titoli per dare materiale di giudizio a una critica che si è stufata di doverli promuovere sempre. Chiamare una canzone You’re Lionel Ritchie è l’uovo di Colombo. Semplicemente funziona. Ma attento, orfano dell’emo italiano di dieci anni fa, secondo me ti trollavano anche i La Quiete quando chiamavano le canzoni Metempsicosi del fine ultimo: nevrastenica oscillazione fra poli estremi e Al citofono era Antony Hopkins. E tu che te le sei tatuate sul midollo osseo. Crudele vero? Chissà le risate in sala prove: “Oh Fulvio com’è che l’hai chiamata questa?”-“Eh, Al citofono era Antony Hopkins”-“Genio”.

Si scherza, ma quando un gruppo azzesca il disco e non il titolo, la canzone e non il titolo, a me girano sempre le palle. The Devil and God are Raging inside me è uno dei miei dischi preferiti, ma il titolo mi dà fastidio. Così banale, così cervellotico, così poco adatto a rappresentare una sintesi di contenuti.

The Fat of the Land è il titolo perfetto per il disco che è. Il grasso della terra. Per un album che se i dischi fossero cibo, sarebbe il panino dell’onto della tangenziale.

I Bridge to Solace non sarebbero così hardcore se non avessero chiamato un disco Of Bitterness And Hope. L’hardcore vive di idee iperuraniche. I Touché Amoré hanno sbagliato tutto.

Potrei andare avanti, ma mi sto perdendo. Meglio fermarmi qui. Con una promessa. Un giorno riuscirò a chiamare qualcosa “Swallow People Whole”. E se non dovesse essere qualcosa, temo proprio che sarà qualcuno.

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