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La segatura sotto al sellino del batterista

Mi manca molto la sala prove.

Non perché non ce ne abbia più una, e anzi, paradossalmente proprio per questo. Quando un gruppo inizia pretenziosamente a fare le cose sul serio, ha anche una sala prove privata con un po’ di culo. Noi un po’ di culo ce l’abbiamo avuto.

Era molto fastidioso leggere gli annunci delle band che cercavano chitarrista motivatoeserionoperditempo per seratenelpadovanoeintuttoiltriveneto, e fra le features che potevano attrarre il nuovo musicista di solito c’era un salaproveprivata. Il che significava: non spenderai un solo euro per venire a provare con noi.

Li invidiavo questi gruppetti del cazzo, con i loro concertini di merda in tutti i pub del cazzo della provincia, i loro nomi merdosi che la maggior parte delle volte erano degli ossimori come se l’ossimoro fosse l’unica forma di poesia conosciuta al mondo e garanzia di poesia stessa. Ma soprattutto odiavo la loro merdosa sala prove privata, perché io alla faccia della mia strumentazione e di tutte quelle seghe mentali che ignoravo in quegli anni, mi facevo le ossa in patinate sale prova a suon di euro appena entrati in vigore; suonavo su amplificatori Marshall quando la Marshall pareva essere l’unica cosa al mondo su cui poter collegare una chitarra, e su delle Tama che non stavano agganciate al tappeto. Ma non mi interessava niente di questo, a me bastava suonare e potevo farlo praticamente solo il sabato pomeriggio, quando mi potevo concedere di non studiare, e mio padre mi accompagnava in queste sale sperdute per le campagne, appena aperte e nuovissime. Fino a quando non venni a sapere che, proprio a due passi dal campo di terra dove andavo a giocare a calcio coi miei amici quasi ogni giorno di sole, c’era una sala prove parrocchiale. Piccola, piastrellata, malandata e con strumentazione di fortuna, prestata e recuperata qua e là. E per questo, poco costosa.
Cominciai a frequentarla e mi ci stabilii fino a quando non ci cacciarono per trasformarla in qualcos’altro. La ricordo come l’unica cosa davvero fantastica io abbia mai avuto dall’istituzione cattolica. Arrivai quasi al punto di gestirla: avere le chiavi, pulirla, sistemarla; ci portammo il computer per allestire un piccolo studio di registrazione a nostro uso.

Non c’erano finestre, c’era solo una pesantissima porta di metallo coi vetri smerigliati che davano sul campo di polvere. Ho svuotato non ricordo nemmeno quanti cartoni di pizza lì dentro. C’erano pezzi di bacchette di legno dappertutto. Un’aria densa di polvere, sudore, sapore di chiuso e vecchiume.

Dividere una sala prove autogestita con altri gruppi era soprattutto questo: tanta puzza, tanto sporco, tantissimo caos. Era da un po’ che non pensavo a tutto questo, abituato alla mia attuale sala prove, che nei momenti di attività più intensa è frequentata solo due giorni a settimana, e a volte rimane chiusa per settimane. Ha le finestre, anche se sono sempre chiuse. Ha i nostri strumenti, e non cose a caso. Non ci sogneremmo più di attaccare il basso all’amplificatore per chitarra perché quello per basso mancava, era stato portato via dal proprietario o si era rotto. Non c’è quasi più puzza, perché siamo troppo vecchi, pigri e brontoloni per provare d’estate. E soprattutto, non proviamo più al sabato pomeriggio, ma al martedì sera, a volte al mercoledì, a volte al giovedì. Serate inutili in cui “non si esce”.

Non pensavo a tutto questo da un po’, ma poi ho ascoltato Keep Doing What You’re Doing degli You Blew It!. È un disco che puzza di sala prove, dell’odore che fa il sudore che cade sui tappeti e si mischia ai trucioli di bacchette, degli sputi sulle pareti che impregnano il materiale fonoassorbente e lo fanno puzzare da cagnone. Di cartoni di pizza vuoti e accartocciati accanto alla porta, che si apre su un campo di polvere, dietro a una chiesa opulenta e povera.

È un disco che probabilmente non mi cambierà la vita, ma mi farà ripensare a cosa, tanti anni fa, me l’ha salvata.

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